Settembre: quel mese in cui i social decidono che dobbiamo redimerci.
Ecco che cominciano a comparire parole come detox, reset, disciplina,
routine (la mia preferita) ripartenza e con loro tornano i consigli per rimettersi in
forma, per sgonfiarsi, per rimediare, come se l’estate non fosse stata una
stagione da vivere, ma una parentesi, che porta poi a un senso di colpa da
correggere.
E questa cosa mi colpisce ogni anno, perché dietro questi
messaggi, apparentemente innocui, si nasconde spesso un tono più severo: hai
esagerato, adesso rimettiti a posto.
Io sono una psicologa e sento in me il desiderio di fermarmi a guardare quei fenomeni che sembrano normali e
che fanno parte del linguaggio comune, ma che raccontano qualcosa di molto
profondo su di noi.
E allora le domande di oggi sono queste: perché ogni volta che
ci concediamo un po’ di piacere, dopo sentiamo il bisogno di rimproverarci e punirci?
Perché basta mangiare più liberamente, dormire di più,
rallentare un attimo, e subito compare questa voce, culturale, che ci dice che
adesso dobbiamo recuperare, compensare, rimediare?
Forse perché non siamo abituati al piacere senza
giustificazione, ci riesce bene produrre, controllare, migliorarci, ma ci riesce
molto meno stare dentro qualcosa di bello senza trasformarlo subito in un
bilancio o in un dovere.
E allora settembre diventa quasi un piccolo rito collettivo
di espiazione, un mese in cui sembra che dobbiamo farci perdonare per aver
mangiato, riposato, perso tempo, lasciato andare qualcosa, come se vivere con
un po’ più di piacere fosse già un eccesso.
Ma forse il punto non è il corpo da depurare e ,forse, non è
nemmeno il cibo da migliorare. Forse il punto è il controllo.
Ci sentiamo rassicurati quando regoliamo, misuriamo, restringiamo: il controllo ci promette che, se facciamo tutto bene, saremo al sicuro, giuste e abbastanza. Il problema è che questa promessa non finisce mai: appena raggiungi una forma, te ne viene chiesta un’altra e così anche il benessere smette di essere un’esperienza e diventa un compito.
Ed è qui che settembre ci smaschera: ci mostra quanto
velocemente trasformiamo la cura in correzione, e quanto facilmente scambiamo
l’ascolto con il rigore.
E questa cosa non riguarda solo il corpo: riguarda il modo
in cui misuriamo il nostro valore, il modo in cui ci convinciamo che meritiamo
di esistere di più quando siamo performanti, disciplinati, impeccabili.
E qui mi collego al concetto di crisi: crisi che deriva dal conflitto tra l’essersi sentiti liberi e la colpa che la società propone. Settembre, nel suo piccolo, è anche questo: una crisi minuscola ma rivelatrice, perché invita a guardare meglio, ci mette davanti a una scelta: tornare automaticamente a punirci, oppure fermarci e chiederci da dove arriva tutta questa fretta di rimetterci in riga.
Credo che non abbiamo bisogno di un altro messaggio che ci dica come depurarci, abbiamo bisogno di capire perché il piacere diventa così facilmente colpa, e perché il vivere, appena esce dai binari della produttività, ci sembra subito qualcosa da giustificare. Il punto, dopo l’estate, non è tornare in forma, è riuscire a restare in contatto con ciò che ci ha fatto bene, senza trasformarlo subito in una colpa da espiare.
Oggi ho posto parecchie domande, forse un po' più rispetto ai contenuti precedenti, perché mi rendo conto che questo meccanismo sta incastrando tante persone, così come la ruota vincola il criceto. Come dico sempre, il desiderio di fermarsi, portare nuove consapevolezze e aprire la mente a nuove possibilità creative resta una chiave vincente per rispondere saggiamente a queste mode e non subirle passivamente.
Se in queste parola hai trovato un po' di te e della tua quotidianità, contattami al

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