Oltre l'apparenza: farcela non significa stare bene.

Ci sono giorni in cui la lista delle cose da fare si svuota con una precisione incredibile: sveglia presto, allenamento, e-mail gestite, riunioni portate a termine, spesa fatta, cena pronta. Vista da fuori, è il ritratto perfetto dell’efficienza, una vita ordinata, sotto controllo, che ci farebbe dire: "di successo".

​Poi cala la sera e rimane una sensazione strana: un vuoto profondo, un senso di spossatezza che non si allevia nemmeno dormendo otto ore, o un’ansia strisciante che non riusciamo ad associare a un motivo preciso.

​Il 10 ottobre si è celebrata  la Giornata Mondiale della Salute Mentale, e spesso tendiamo a pensare al malessere psicologico come a qualcosa di visibile, paralizzante, manifestarsi con lacrime o l'impossibilità di alzarsi dal letto. Ma esiste una forma di sofferenza molto più silenziosa e diffusa: quella di chi "ce la fa" comunque.

Conosci ​Il mito dell'alto funzionamento (High-functioning)?

​Viviamo in una società che premia la performance e la produttività sopra ogni cosa. Finché continuiamo a fatturare, a studiare, a essere presenti per gli altri e a mantenere standard elevati, nessuno si chiederà come stiamo davvero. Anzi, verremo lodati per la nostra tenacia e resilienza.

​Così impariamo a funzionare anziché a vivere: trasformiamo la nostra capacità di sopravvivere in una maschera di successo, anestetizzando ciò che proviamo pur di non rallentare. Ma c'è una differenza fondamentale tra il portare a termine le cose e il godersi la vita. Funzionare non significa stare bene.

​I segnali invisibili del "farcela a tutti i costi"

​Come si riconosce la sofferenza in chi sembra avere sempre tutto sotto controllo? Raramente esplode in modo eclatante; più spesso si insinua nei dettagli:

- ​Sfinimento cronico emotivo: Ti senti stanco/a anche quando non hai fatto sforzi fisici immani. Non è stanchezza di muscoli, è stanchezza di ruolo.

- ​Sensazione di "recitare": Attraversi la giornata seguendo un copione. Sorridi nei momenti giusti, rispondi "Tutto bene!" in modo automatico, ma ti senti sconnesso/a da ciò che vivi.

- ​Reazioni sproporzionate: Una goccia che fa traboccare un vaso già colmo: un piccolo imprevisto o un piatto lasciato nel lavello scatenano una rabbia profonda o un pianto improvviso.

- ​L'incapacità di godersi i traguardi: Raggiungi un obiettivo per cui hai lavorato mesi e l'unica cosa che riesci a pensare è: "Bene, qual è la prossima cosa da fare?".

​Ci vuole un cambio di prospettiva: da "quanto" a "come".

​Il cambiamento più grande che possiamo fare a noi stessi è modificare la domanda che ci poniamo ogni sera.

Invece di chiederci: "Sono riuscito/a a fare tutto oggi?"

Prova a chiederti: "Come mi sono sentito/a mentre lo stavo facendo?"

​Validare la propria sofferenza non richiede di toccare il fondo o di avere un crollo visibile e non serve attendere di non farcela più per concedersi di rallentare, di dire "oggi non riesco". Il cambiamento inizia nel momento in cui riconosci che ne quotidiano, ogni giorno, ti adatti a situazioni che sono insostenibili.

​Riconoscere che farcela non significa stare bene è il primo, fondamentale passo per smettere di funzionare e ricominciare, finalmente, a vivere.

Farcela non significa stare bene.


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Disclaimer: Questo articolo ha uno scopo puramente informativo e divulgativo e non sostituisce una consulenza psicologica o una consulenza medica.


 

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